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NuoviMondi
Contro ogni barbarie
SOCIETA'
30 settembre 2008
Poco Patriottiche Considerazioni
 

Solo tre mesi all’anno sto fuori e neppure continuativamente.
Sapete cosa ci invidiano gli stranieri. Non è uno scherzo, me lo sento ripetere in continuazione.
Ci invidiano la flemma con la quale parliamo di noi stessi quando non siamo in casa nostra.
Ci invidiano le belle donne chemettiamo in mostra alla tv (sic!)
Ci invidiano la cucina che assaggiano quando venono a trovarci…
Ci invidiano il senso d’ospitalità che mettiamo in mostra.
L’assoluta confusione con cui affrontiamo i problemi… dicono che è più stimolante per creare…
Un amico che di mestiere fa il fisico delle particelle e che incontro ogni tanto mi racconta gustosissime storielle sull’inventiva dei fisici nostrani visti con occhi estranei. E quelli che più ci invidiano son i russi, i tedeschi e i giapponesi.
Una simpatica e gentile signora, ora madre di due figli, che abita nei dintorni di Parigi con un ingegnere belga, ha lasciato l’Italia dopo la maturità. Era brava e d’intelligenza sopraffina. Ero stato suo insegnate per cinque anni e fui membro interno alla sua maturità. Mi chiese se facesse la scelta giusta ad andare all’estero per un po’ prima di iscriversi all’università come invece avrebbe voluto suo padre. Le risposi che la scelta era sua ma che io al suo posto lo avrei certo fatto. La famiglia voleva denunciarmi per plagio… Ma la figliola era maggiorenne e fece comunque a modo suo. Non ha mai più pensato di tornare a vivere in Italia.
La sua famiglia a malincuore mi ha ringraziato. Ed io sono stato suo testimone di nozze.
Ci sentiamo e ci scriviamo come buoni amici.
La stimano e la rispettano, fa la madre, fa la sua carriera (brillante), fa la moglie e almeno ad oggi è persona soddisfatta.
Un caso?
Non credo.
Molti italiani che non si sentono più dentro gli steccati (o non ci si sono mai sentiti) hanno fatto quel genere di scelta, a volte l’hanno fatta senza neppure varcare fisicamente il confine amministrativo.



Non si tratta di inni e di bandiere. Queste non sono significative se non in cuori puri e stagionati. Di quelli che scrivevano con il pennino intingendolo nel calamaio incastrato sul banco in legno.
Non si tratta nemmeno di patria, né conla maiuscola né con la minuscola. Qualunque persona che abbia del sale in zucca riconoscerebbe, al volgere della prima decade del secondo millennio dell’era volgare che non ci sono patrie. Semmai ci sono steccati tracciati con il sangue nel corso di secoli di aggiustamenti. Ci sono steccati che separano quelli che sanno da quelli che non sanno, quelli che possono da quelli che possono e quelli che vivono da quelli che sopravvivono.
Alitalia? La volevano i francesi, con pochissimi danni e molto “savoir faire” avrebbero risollevato il futuro di centinaia di lavoratori. Ma un malinteso patriottismo e una sopraffina stupidità hanno ottenebratolamente di tutti quelli che avrebbero potuto capire e avrebbero dovuto agire. Ed ecco il maestro degli inganni cogliere al volo, come è suo uso fare, l’opportunità in vista di una campagna elettorale meschina tanto quanto roboante.
E ce l’ha fatta a darla a bere a tuttii suoi elettori. Adesso Alitalia ènella merda e con essa i suoi lavoratori, quelli colpevoli, molto sindacalizzati e quelli incolpevoli dediti soprattutto al lavoro, magari molto poco sindacalizzati.
All’estero? Non voglio ripetermi. Tre mesi all’anno io all’estero ci vivo. Il lavoro me lo impone e non ci sono paesi in Europa che io abbia visitato in cui ci sia lo stesso andazzo qualunquista e becero, strafottente e borioso che c’è qui in Italia.
In quanto al “noi italiani” non mi va proprio di dire noi. Sono nato in una grande città italiana e, a meno di un anno d’età sono emigrato con la mia piccola famiglia, in Venezuela dove ci ho vissuto per i successivi undici anni.
Poi in Francia e in Spagna e in Svizzera. Ho passato un’estate in una dacia russa. Ho scambiato quattro chiacchiere con i finlandesi nel lontano 1975 e l’anno dopo ero a Stoccolma a lavorare per una copisteria e una lavanderia. Mi ci pagavo le vacanze e conoscevo persone.

Altrove c’è una discrezione che nasconde intelletto acuto e si vive con piacere. In Italia ci si mette in mostra senza pudore, ci si vergogna della prorpia ignoranza profonda e per questo si è arroganti e si vive di conflitti perenni con tutti.
Chi sorride più? che ironia si vede sui visi delle persone?
Solo rabbia e rassegnazione per taluni, rabbia e sopraffazione per altri.
Altro che patria e bandiere.

Gunnar

 


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SOCIETA'
15 settembre 2008
Forze dell’Ordine e Forze del Disordine
Verso lidi incontaminati e puri
vorrei andar
i miei desideri resi saturi
macchiati quei luoghi dovrei lasciar
GC

Ho finito i miei venticinque giorni di ferie.                  

Sono di nuovo al lavoro e per tutto il mese di agosto, come in tutti gli ultimi quindici anni mi è accaduto, lavorerò in un deserto più o meno popolato da sudaticci commenti sul come eravamo e come diventeremo (governo ladro).
Ora si da il caso che i miei giorni di vacanza li abbia trascorsi tra la Francia e la Spagna. Ovviamente non ve li racconto. Per quello ci sono amici pazienti che in cambio di una cena si sorbiranno il filmino e i commenti. Ma voglio dirvi alcune città che ho (ri)visitato. Nizza, Tolone, Marsiglia, Avignone, Nimes, Montpellier, Beaucaire, Tarascone, Carcassonne, Perpignan, Girona, Leida, Barcellona, Valencia. Passando per alcuni centri minori e ficcanasando in luoghi piacevolmente tranquilli tra borghi e territori “percettibilmente” sani e accoglienti. qualche parte nei caraibi

Una vacanza da tempo progettata e finalmente realizzata. Quello che però conta non è la vacanza in sé ma ciò che ho rilevato, inevitabilmente, e che ho registrato mentalmente riproponendo l’eterno confronto con l’Italia.
Non ci sono dubbi che di luoghi belli l’Italia ne sia piena. Neppure v’è dubbio che le metropoli italiane siano ricche di storia e di grandi prospettive.
Ma non appena si varca il confine di stato sembra davvero di entrare in un altro mondo. E non solo dal punto di vista turistico. Intendo dire proprio dal punto di vista del vivere quotidiano.

Servizi rapidi e funzionanti. Ascolto inesorabilmente attento da parte di chiunque, cortesia, afffidabilità delle informazioni, puntualità dei mezzi di trasporto, certezza delle tariffe e dei costi. Pulizia e ordine privi di maniacalità e appariscenza ma sensibilmente efficaci.
Una ammirevole e pacata forma di partecipazione collettiva tutta spinta alla ricerca dì una sorta di comune benessere.
Una filosofia semplice: Se il mio vicino sta bene ed è in pace con me anch’io starò bene e sarò in pace con lui. Semplice ed efficace.
Immagino che anche in Europa ci siano rancori, egoismi, avvocati e cause civili. Ma la sensazione generale è che ciò sia più un accidente che non una regola. Non si vive per attaccare e difendersi ma ci si difende se è necessario e si cerca di vivere il meglio possibile.

In nessun luogo ho visto l’esercito a presidiare luoghi e territori. Per la verità non ho visto nemmeno la polizia, la guardia nazionale, la gendarmeria, o vigili urbani. Meglio essi c’erano ma con una presenza assolutamente discreta e del tutto accessoria. Salvo, quando necessario, essere tempestivi, presenti fermamente decisi a chiudere ogni problema velocemente ma con estrema cortesia, e incredibilmente efficienti nel rispetto da tutti.

Superato Mentone le autostrade (prive di buche, toppe, aggiusti e cantieri improbabili) prevedono aree di sosta con bagni, luce, panchine. Per camionisti e per turisti e per viaggiatori. Sono tutti tutelati nella loro necessità intrinseca a viaggiare con la migliore offerta possibile di assistenza quantunque indiretta. La segnaletica è chiara e avverte su cosa fare se serve. Non ho mai visto un cartello luminoso sprecato con informazioni stupidamente inutili e superflue.
I viaggiatori sembrano tutti presi da una sorta di pace interiore quasi mistica. Non superano i limiti di velocità, tengono la destra, avvertono delle proprie intenzioni, chiedono scusa quando devono fare manovre che possano in qualche modo turbare la tranquillità del viaggio altrui. E, udite udite, non accade solo in autostrada, accade anche nelle città, nei paesi, nelle strade secondarie… Ovunque.
Le persone addette a dare informazioni negli uffici pubblici, sorridono, magari lo fanno per contratto, ma lo fanno. E hanno anche il cartellino sul risvolto sul quale si legge il loro nome e cognome.
carcassonneCarcassonne

Quando ho chiesto informazioni, ho ricevuto risposte chiare, facilmente verificate e puntualmente precise. Persino in caso di assistenza medica. Il dottore, medico condotto di un paesino in Spagna, recuperato al telefono della sua abitazione dal farmacista, mi ha invitato ad andare da lui per fare la medicazione di cui avevo bisogno. Non mi ha chiesto alcuna parcella, solo il costo del medicinale. Se si tiene conto che si trattava di una domenica mattina, che il medico era fuori servizio e che l’ambulatorio sarebbe rimasto chiuso per turno fino alla sera alle otto… Una gentilezza fatta al turista? Forse. Ho avuto la sensazione però che quel medico facesse il suo lavoro con un tipo di dedizione assolutamente improponibile in una qualsiasi struttura italiana di una qualsiasi città italiana.

Inutile aggiungere lodi ai ristoratori, ai tassisti, agli agenti del traffico, ai baristi, ai commercianti, agli addetti degli uffici postali, al sindaco di Tossa de Mar, e a tutte le persone che la mia famiglia ed io abbiamo avuto modo di incontrare nel nostro veloce peregrinare turistico.
Tornare in Italia è stato vissuto male. Non si trattava di soffrire la fine delle vacanze. Si è trattato di riabituarsi alla paura, all’incertezza, al disagio, all’inquietudine.

I giornali all’estero, tutti indistintamente dedicavano alla cronaca nera lo spazio necessario, poche righe, informazioni secche e semplici, di solito nelle pagine interne. L’informazione segue quasi sempre uno standard abbastanza consolidato. Grandi avvenimenti internazionali, grandi avvenimenti nazionali, grandi eventi culturali, grandi temi di economia. Quindi notizie interne di politica, di economia e di cultura. Solo in fondo si lascia spazio alle chiacchiere, ai pettegolezzi, ai commenti sulle faccende interne e alle facezie di personaggi in cerca di popolarità. In Italia accade ben altro: Grandiosi titoli per i pettegolezzi, Stupefacenti divulgazioni di notizie inverificabili. Enormi spazi alla cronaca nera anche quando non c’è nulla da scrivere. Straordinario fermento di informazioni su sbarchi di poveracci senza storia e senza futuro. E l’eterno tormentone politico di una classe dirigente inetta e ignorante.

Mia figlia un giorno, a Barcellona, guardandomi con occhi luminosi mi ha chiesto: “pa’, ma dove sono i mendicanti?”
Non ci avevo fatto caso fino a quel momento. Ma di fatto, tutti i chilometri percorsi lungo le Ramblas e dentro il Barrìo non un solo mendicante, non uno “zingaro”, non un bambino sporco a chiedere elemosine.
Forse quel giorno e il giorno prima i mendicanti erano in ferie anche loro.
Ho risposto che la Spagna aveva fatto in fretta ad imparare che se ai poveracci dai una possibilità - anche piccola - di sentirsi persone civili e persone accettate, sicuramente non viene loro in mente di mendicare.

Una nota finale è opportuna.
Quasi dovunque ho trovato menù, informazioni e indicazioni turistiche scritte in inglese, francese, olandese, spagnolo. Anche in greco. In un solo ristorante (italo spagnolo) ho trovato il menù tradotto anche in italiano. Evidentemente l’indice di popolarità degli italiani in Europa è piuttosto basso e nessuno si cura di elevarlo.
Per un momento mi sono sentito come un extracomunitario.

Gunnar

POLITICA
25 marzo 2008
Ascolto
 Prima di tutto convincere qualcuno che vale ancora la pena di esistere, politicamente parlando.
Poi convincere gli stessi che si può e si deve far sentire non solo la propria voce ma amplificare la voce della comunità e non solo quella di riferimento.
Infine ascoltare.
Vi siete mai soffermati un momento ad ascoltare chi vi parla? A passare oltre le sue parole e capire ciò che vi sta veramente dicendo? Avete mai prestato attenzione alle sue parole e al significato che vi è implicito oltre quello puramente fonetico? Avete mai acquisito attraverso il suo sguardo e i suoi movimenti la sua percezione del mondo?
Avete guardato nel profondo dei suoi occhi la necesità di dirvi qualcosa che non è in grado di dire se non con quello strumento approssimativo che è la comunicazione quotidiana nei rapporti fugaci, rubati al tempo nemico, al lavoro tiranno, alla famiglia che tutto fagocita ecc?
Insomma vi siete mai, una volta almeno, fermati a capire che il vostro interlocutore oltre a "dire cose" esprime un desiderio, una denuncia, una condizione di vita, un tipo di scelte, una sofferenza o una felicità che non ha altro modo di venir fuori?
Anche quando con un tale interlocutore vi scontrate, e vi mandate reciprocamente  aff... avete mai preso un momento di respiro per chiedervi "ma cosa sta accadendo?" "perché, oltre l'evento scatenante, sto dicendo e facendo queste cose e perché lo fa lui?"
E' un attimo, basta una frazione di secondo per elaborare la rabbia, ma anche l'allegria, la violenza, l'accondiscendenza o semplicemente il "senso" delle cose e delle parole.
Sono cero che l'avete fatto, almeno una volta l'avete fatto e vi siete resi conto di quanto spreco di energia senza scopo. Avete metabolizzato l'accaduto e l'avete catalogato tra le cose da dimenticare, ma avete serbato il vago ricordo di una piccolissima nemesi privata che vi ha dato un momento di luce intensa.
E poi vi siete messi alla ricerca di una occasione che ve ne rendesse più chiari i contorni. Una ricerca che potrebbe diventare eterna se non fatta con l'ascolto intenso, con la partecipazione, con la volontà incrollabile di capire fino in fondo ogni dettaglio dell'anima di chi ci sta di fronte.
Non si arriverà mai a tanto probabilmente, ma il solo fatto di provarci è il segno di una civiltà nuova.
Una buona giornata a tutti voi. Li troverò cinque da convincere, ne ho già trovati tre che non sono più tanto convinti di rinunciare a basta.
Una nuova civiltà.
A pensarci bene basterebbe una nuova forma di cultura, anche in embrione per riavviare il motore dell'intelletto.
Gunnar

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DIARI
4 marzo 2008
I luoghi della memoria
 Ripensare il tempo che è trascorso, da quando progettavo una vita felice.

RICORDANDO MATILDE

Meditazioni, azioni, funzioni

colloquiali, labiali, palatali,

epiteliali convinzioni

senza senso né cemento interstiziale

né commento collegiale

oppure solo emolumento a memorie

e storie e glorie in fermento.

Pausa

Ritornello

Andante con brìo

Rumorosa fonte di pensiero

maldestro, funesto, nefasto

con la bellezza del mondo

in aperto contrasto

Volo di vocalizzi mortificati nel timbro

nel gusto

nel mesto pensiero

d'un significato veritiero

o solo sincero

Pausa

Secondo ritornello

Andante

Ritmo inopportuno

sconfitto, distrutto

o anche

astratto, contratto, costretto, distratto

in viuzze cerebrali

anguste

precocemente vetuste

labilmente onuste

contorte, ritorte, morte

Lento

Canzoni partorite in menti diafane

melanconiche, paranoiche, schizofreniche

cantate da povere procacità occhiute

colo rosso e col nero truccate

le labbra finte


sporgenti le mammellute cantanti

dalle gole straziate

refoli rochi

mostri maldestri maestri catarrosi, chitarrosi

megafonici microfonici

microcefaluti occhialuti di fresco sbrinati

Pausa

Epilogo

Sommesso

Ricordo Matilde

sconosciuta vocalista

rapsodiante

in oscure balere

in fumose osterie

o inconsistenti taverne romagnole

Non parla

farfuglia sifula

Non ride

grufola

Non vive più senza una cannula

Canterini d'Itala terra unitevi al coro

felicità sarà regina

si vivrà combattendo e vincendo e mangiucchiando

merendine mutandine

lampadine e natalizie candeline

si vincerà lo zainetto

il clarinetto

l'orsacchiotto rimbalzante sul morbido bianco

bucato fatto a mano o in lavatrice

e sorbetti e chierichetti capelluti

sul palco della piazza

urlante di frenetica pazzìa corale

e altro ancora si vincerà

ogni cosa un quiz sommergerà

Cantan tutti

granatieri bersaglieri moschettieri

mezze tacche ai ministeri

manigoldi tra popolari cantieri

avieri cementieri ferrovieri


corruttori firmatari parlamentari

nuovopoloavanzanti

e pattumieri

forgiatori di schede sondaggiste

Ad libitum...

Non c'è solo la miseria

c'è anche vaga

una stoica ironìa

che la morte silenziosa

porta via

...rta via

...via

...ia

...a


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SOCIETA'
24 febbraio 2008
Il significato della mano destra e della mano sinistra

Non riverso parole su questi fogli virtuali da diverso tempo.
Non è pigrizia, neppure disinteresse e non ancora ho intravisto vacanzein un prossimo futuro.
Motivi a chili mi costringono, lavoro, famiglia e minuzie di varia natura si accavallano le une sulle atre a diluire le mie giornate in limpide fatiche “sisifee”, se mi passate il brutto termine, naturalmente.

Comunque la stanchezza predomina e non riesco a tenerla a bada.

Alcune riflessioni questa sera vorrei anche farle, ora che ho un po’ di calma nella testa.
Mi tornano in mente alcune letture recenti e da esse prendo spunto e assunto.

Vi si sostiene che siamo merce, siamo diventati noi stessi merce, siamo spersonalizzati, siamo “de-psicologizzati” e lo scopo è solo quello di rendere efficace la nostra esistenza attraverso la mercificazione dei beni e la mercificazione dell’anima. Siamo quello che compriamo e quello che consumiamo.
Ma siamo anche quello che di noi riusciamo a mettere in piazza. Siamo anche, cioè, quello che vogliamo far apparire al mondo.

Quasi che non aspettassimo altro che compiacere un mondo che, evidentemente, riteniamo molto migliore di noi stessi e da esso dobbiamo aspettarci approvazione.

Sembra che sia andato smarrito il “pudore”.

Un noto sociologo e opinionista lo afferma e lo ha fatto pubblicare su un quotidiano. L'ho letto e ne sono riamsto colpito… Ma ancora non ho deciso in che modo mi ha colpito. Anche se la teoria che vi si afferma è intrigante e sostanzialmente condivisibile. L’intelaiatura del ragionamento è convincente.
E, in definitiva, per il modo in cui si sono disposte le faccende del vivere quotidiano, almeno nel nostro paese, non vi sono troppi margini di interpretazione. Quindi perché non prendere per buona quella teoria e provare a vedere se è oltre la condivisibilità teorica per essere considerata reale struttura?

In altri termini perché non accettare che il tempo dell'immaginazione e dell'enfasi per un futuro da realizzarsi sia terminata e sia invece viva solo la necessità di cercare motivi di pura sopravvivenza?

In fondo, però qualcuno, molto prima l’aveva già sostenuto che il tempo del mercato avrebbe distrutto il tempo degli eroi.
E come si sa gli eroi vivono solo se possono essere simbolo e metafora della rettitudine e della purezza.
Essi sono il luogo della giustizia materializzata che consente agli umili di avere la loro dose di riscatto etico e di rivincita sul potere. Ovvio che quando gli eroi si materializzano de facto non sono più tollerati, oppure diventano principi oppressivi e intolleranti.
Il mito del bono governo passa attraverso la demitizzazione ell'eroe, ma non attraverso il suo superamento.
L'aspirazione ultima è il benessere dei più (non certo di tutti) ma sarebbe meglio aspirare a che lo sia per tutti. E' così almeno nelle buone intenzioni degli intellettuali. Sempre loro.

Quando ciò non si verifica qualcosa è andato storto. Ma potrebbe invece essere che è andato tutto per il verso giusto nelle intenzioni di chi voleva attuare il progetto e ha mentito sulle sue vere intenzioni

Chissà qual è la condizione che ora stiamo vivendo?
Gli
eroi oggi li riteniamo esistenti e convincenti oppure sappiamo, intimamente convinti, che essi siano
sempre
e somunque un mito di cui tener conto solo per capire e mai per attuare qualche progetto sociale?


H
o la propensione a credere che in molti hanno voluto credere alle buone intenzioni conclamate e non si siano resi conto di quanto fossero intenzioni “turlupinatrici” e false. Errori di valutazione? Potrebbe anche essere. Ma un errore certamente indotto ad arte. E in un Paese in cui la cultura (nel senso della conoscenza solida e diffusa) è solo una vaga idea che non vale come vero e proprio riferimento, neppure statistico, cadere in un simile errore è cosa assolutamente inevitabile.

Allora la domanda che resta è facile: quando accadrà di passare dalla fase “ci siamo forse sbagliati…” alla fase “ci siamo sicuramente sbagliati e bisogna porre rimedio all’errore”?

I tempi stanno diventando strettissimi. Per quel che ne so mancano poche settimane.

La sbandierata economia concorrenziale del libero mercato non si può verificare con le premesse attuali e a cascata ogni atto “progettuale-teorico” o “pragmatico-istituzionale” dei nuovi “padroni del vapore” non fa che aggravare ulteriormente la situazione.

Credo che il futuro che ci viene preparato con tanta meticolosa pervicacia sia piuttosto oscuro e triste. Non ci resta allora che diffondere almeno un piccola mistura di ottimismo e paura. La paura del peggio che si potebbe materializzare e l'ottimismo che qualche possibilità di rivincita dell'intelligenza sulla stupidità sia pur possibile.

L'alternativa è cadere nei tranelli.
Ho anche sentito dire che le regole quando sono condivise sono regole che nonpossono essere più messe in discussione.
Non so chi sia colui il quale sia veramente convinto che le regole, per quanto condivise, siano un ostacolo a chi abbia voglia di stare dalla parte dell'impunità, dell'indecente reazionarismo diffuso, dell'ingordigia del capitale finanziario che tutto fagocita, persino le buone intenzioni.
Non so chi si voglia davvero incamminare lungo la via dell'approssimazione al centro dove per centro si vuole sempre e solo intendere coloro che persistono nell'incertezza e nell'incapacità di scegliere.
Non capisco perché si voglia a tutti i costi imporre una dizione pericolosamente vicina all'ipocrisia, una dizione tipica di chi vuolela moglie perennemente ubriaca e la botte indefinitamente piena. Una dizione come "centrosinistra"
Ma che diamine! Io non ho una mano i centro sinistra e una di centro destra. A meno chenon stia pregando alla vecchia maniera.

Ho una mano sinistra e una mano destra e scelgo cosa usare quando decido di farlo.

Soprattutto scelgo.
 
Gunnar

POLITICA
23 febbraio 2008
Le domande...
 Vado a leggere il blog di Grillo e vi trovo tanti commenti, a volte vi trovo invettive a volte (raramente) dei ragionamenti.
L'ultimo che ho letto mi ha lasciato alquanto sorpreso.
Se è vero che la forma delle cose cela anche la sostanza allora presentare le cose secondo una "certa foma" potrebbe essere illuminante.
Mi chiedo, quindi, se le domande che vengono poste sono così semplici perché non vi si puòò dare risposte altrettanto semplici?
E, ancora, se moltissime persone fanno simili domande non sarà che c'è qualcosa di sbagliato nella dichiarazione d'intenti dei politici e soprattutto tra coloro che, come  Veltroni, dichiara  ogni intenzione di cambiare il corso delle cose?
Nonc'è alcun motivo di dubitare di Veltroni e delle sue buone intenzioni. Ma lo sa il buon Walter che le persone "normali" sono profondamente incolte (per la maggior parte) e non hanno voglia di applicarsi a capire le differenze? seppure percepiscono che ci siano delle differenze tra le proposte dei vari candidati?
Leggete qui sotto quello che ho trovato e ditemi cosa posso rispondere a chi mi fa domande di questo tipo.

IL TORPEDONE DI VELTRONI
Resto in attesa del carrozzone circense di Veltroni, qui a Genova.
Spero di potergli fare un po' di domande:
Bassolino ,che fine farà? (non avete notato che si sta glissando ,Veltroni si è riempito la bocca di "nuovo", io che sono diffidente sono sicuro che lo stanno infilando "di straforo" nella lista, cercando di camuffarlo,con una parrucca o con un "alias")
Crea, in Calabria, sarà per caso candidato?
Che proposte avete per la situazione radio-televisiva?
Che mi dite delle leggi "ad personam"?
Di europa 7 non ne parliamo, chi deve rimborsare il danno di quei mafiosi di Arcore e dintorni?
Il vecchio di Arcore è stato riabilitato definitivamente?
Il vecchio di Arcore, inquisito per "motivi politici" (?????) è legittimato a guidare una coalizione politica?
Che mi dice delle dichiarazioni di Violante, sul patto di "non belligeranza" con Mediaset, di quindici anni fa?
Pensate di smetterla di tagliare i fondi ai comuni, che sono indirizzati per definizione alla spesa sociale o intendete continuare a perseguitare i cittadini, costringendo i comuni ad aumentare oltre ogni limite Tarsu,iCI, addizionali IRPEf e via col tango?
In presenza di quanto sopra,quando parlate di 1000 euro al mese mi state prendendo per il culo?
Dove pensate di tirar fuori i soldi?
Che mi dite delle vessazioni bancarie?
Che mi dite del monopolio dell'energia?
Come intendete contrastare la resistenza dei cittadini a Vicenza, in Val di Susa, in Campania?
Con manganelli e gas lacrimogeni?
Come pensate di conciliare il giustizialismo di Di Pietro con la corruzione endemica, all'interno del PD?
Perchè Di Pietro ha presentato un proprio programma?
Qual è la vostra proposta economica, strutturale?
Quale pensate siano le risorse italiane, in termini di sistema industriale e produttivo , in grado di invertire la tendenza "a precipizio a rotta di collo, in un buco nero"?
Altro che Yes we can ,calci in culo fino alla destinazione successiva, senza torpedone...

Come si può notare oltre a certa evidente acredine e alle molte inesattezze, c'è anche un fondo di inaccettabile confusione. Chi è responsabile di cosa? Chi vuole affrontare cosa? E come? E Perché?
Non si dice nulla sulle intenzioni del PD ma lo si mette nello stesso crogiolo di balbettanti crapuloni affaristi e polititcanti mangiapane.
Ovviamente nonè così che si progetta il futuro. E neppure lè così che si involgia la gente a fare le scelte, nel bene e nel male.
Ciò che intendo dire è che se pure fosse tutto vero (in parte certo lo è) e se pure esistessero condizioni disastrose e fortemente invitanti all'astensione dal voto o alla possibilità di votare una lista civica, certo un discorso del tipo che ho riportato non aiuta a scegliere.
Io non saprei più da che parte girarmi. Non saprei cosa fare. E il mio dubbio non potrebbe che accrescersi, dilatarsi, espandersi fino a ritenerlo una inutile appendice del sistema. Potrei dunque fare una sola scelta: andare al mare...
Ricordo che ci sono stati diversi inviti ad andare al mare in un recente passato. Cosa fare adesso?

Per quello che mi riguarda so esattamente cosa fare. Ma continuo a pensare alla casalinga con due o tre figli, al pensionato che passa le ore al bar o girando per strade affollate di autovetture impazzite, pensando alla mia collega di lavoro la cui unica fonte di interessi sembra risvagliarsi solo con l'ultimo episodio di fiction mandato in onda da qualche benemerita televisione.

Mi sembra che la realtà sia sofferente più di quanto sia possibile capire guardando il mondo dal finestrino di un torpedone.

E se pure la realtà è percebile da quello strano punto d'osservazione, credo che delle risposte a quelle domande vadano date.

Gunnar



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CULTURA
15 febbraio 2008
Dei giornali un ricordo

Erano tempi diversi. Si candidava l'anno 1968 ad essere l'Anno del Grande Cambiamento. Tuuto si rinnovava, in bene o in male non saprei. Credo dipenda dai punti di vista dei partecipanti. E i partecipanti nel 1968 erano davvero innumerevoli.
I giornali avevano ancora il sapore della notizia nella loro essenza. C'erano ancora editori coraggiosi, persone che sapevano guardare al futuro e alla comunicazione come strumento di informazione e non solo come strumento di pressione.
I giornali, rispetto alla attuale vacua logorroicità, quelli di allora mi sembrano concisi addirittura e, poi, pieni di notizie.
Giornali concisi, la notizia, innanzi tutto, la composizione, l’elzeviro rigorosamente in terza, il commento immancabilmente in prima colonna d’apertura e il fatto sotto cinque o sei colonne con caratteri a scatola in prima centrale. E quei commenti, le frecciatine in taglio basso e i rimandi alla cronaca in quinta.
Ricordo quei giornali.
Fin troppo bene.
Ne ho una memoria lucidissima quasi come l’odore del piombo che un tempo la faceva da padrone in tipografia.
E ricordo il caporedattore, sempre arcigno e scomposto rinviare al mittente i “pezzi” da rivedere, o da “rifare”, magari a un’ora dalla chiusura, perché troppo contorto, o troppo lungo, o troppo ambiguo, o troppo condiscendente, o troppo tenero, o troppo pietoso, o troppo sferzante… C’era sempre qualcosa di troppo.
Un terzo dei lettori era semianalfabeta, l’altro terzo il giornale lo leggeva solo sulle spalle dell’acquirente, e non solo in senso metaforico, il terzo rimanente voleva capire quello che leggeva sempre senza troppe evoluzioni linguistiche o neologismi astrusi, o rinvii a detti altrui che non dovevano essere mai dati per acquisiti.

Il mio esame da pubblicista, ero così giovane che quasi mi vergogno di quella mia presunzione, fu una indicibile sofferenza. Nemmeno all’università, mentre preparavo l’esame di Etica sul tomone di Benedetto Croce, mi sono sconvolto le giornate in quel modo. E all’epoca quegli esami li diedi in contemporanea.

Adesso son rimasti gli analfabeti. Che sembrano essere aumentati. E i giornali sembrano per la maggior parte diventati contenitori d'insulti e di inutili ciance. Oppure megafoni prezzolati.

Poi gli anni passarono e mi ritrovai degli studenti a cui raccontavo teorie incredibili sulla “comunicazione” sulla teoria della linguistica, sulla composizione della retorica ad uso dell’argomentazione, sulle finalità della semiotica.

Ho divorato commenti e testi impossibili convinto che la “conoscenza” fosse non soltanto un “accumulo” ma anche un archivio intimo e selettivamente scelto di “informazioni”.

Nel 1980 leggevo ancora una rivista per addetti ai lavori “Comunicazione di Massa” su cui scrivevano le “grandi firme di oggi” (Furio Colombo, Carlo Sartori, Roberto Faenza… Ricordo un gustosissimo intervento di Tiziana Piazza sull’intervista televisiva. E ricordo un intervento di Jean Voge sulla possibilità di sottrarsi al dominio dell’informazione pilotata ricorrendo alla parcellizzazione assoluta dei centri di formazione e divulgazione dell’informazione, un intervento ricco di tecnicismi e di grafici a corredo.

Un cammino lungo e complesso la comprensione della tecnica di comunicazione. I giornali sono il primo veicolo di comunicazione di massa vero e proprio dopo i cantori delle piazze tardo-medioevali e gli strilloni di bandi regi che giravano nelle contrade e nelle calli e nei vicoli affollati da pezzenti da borghesi e da signori dal sangue blu.

Nel 1962 l’University of Toronto Press diede alle stampe un libro che avrebbe fatto la storia della moderna teoria della comunicazione di massa: The Gutemberg Galaxy- The Making of Typographic man, autore Marshall McLuhan.

Era una specie di rivoluzione culturale per la comprensione del rapporto tra informazione e fatto, tra informazione e suoi mezzi di diffusione. In Italia sarà resa al grande pubblico solo nel 1976 dall’editore Armando Armando. Ma naturalmente furono in pochi a coglierne la portata strutturale.
A quell’epoca andavo in autostop a Bologna a sentire le chiacchierate di “Eco” che era ormai noto come l’autore di “Apocalittici e Integrati”.

Il mondo è troppo grande, mi dicevo, per essere racchiuso in uno “slogan”. E me lo sono ripetuto fino alla nausea per dieci anni fino a quando agli inizi degli anni ottanta, sbarcato a Milano per caso, mi ritrovai coinvolto nel più straordinario processo produttivo del secolo: un’intera città si poteva bere! E cercai una qualche fontanella, magari piccola a cui attingere anch’io che avevo già accumulato un’enormità di cose da raccontare e molte le avevo già raccontate offrendomi spazi nuovi di memoria.

La trasformazione è stata inizialmente sotterranea, se ne accorsero in pochi e poi, d’improvviso, come un’esplosione, un’efflorescenza, un’eruzione, il “sistema” si è animò prendendo una forma insopportabilmente inafferrabile.
Il sistema divenne fluido e plastico.
Non c’era più il fatto prima e l’informazione del fatto poi con un lettore destinatario dell’informazione. I tempi si sono accorciati in modo indicibile e il fatto è mentre lo si racconta. Dunque non può essere “oggettivamente” lucido ma “deve” essere partecipato emotivamente da chi lo riferisce.
Dunque l'intervista diventa "la notizia". E il commento all'intervista diventa l'informazione.
L’intervista è la cosa più disinformativa che si possa inventare, è l’antigiornalismo per definizione, è in sintesi, un’imbecillità tanto più grande quanto più la notizia è grossa. L’intervista non riferisce un fatto, a meno di non considerarla essa stessa il fatto. Ma ciò naturalmente è autoreferenzialità pura è quindi inattendibile. La notizia non può essere solo riferita.

Le auree cinque essenze dell’informazione (who? where? what? when? why?) spariscono per lasciare il posto ai si dice, ai forse, alle iperboli semantiche, ai traslati linguistici, ai rimandi criptici. E alle chiacchiere asfittiche degli intervistati, ai loro balbettii, alla loro incredibile afasia, segno di poco vigore intellettuale.
I tempi del "mi darebbe un aiutino?" son prossimi.
Del fatto in fondo interessa poco o punto quel quaranta per cento di mezzi lettori. Ai rimanenti lettori interessa l’interpretazione che consente di poter parteggiare.
Chissà.
Il particolarismo duecentesco, contradaiolo e toscano si è diffuso nello spirito nazionale insieme alla lingua.
Ma quel che conta non è pensare e decidere quanto riuscire a trovare qualcuno che possa decidere come noi in modo da soffrire meno di solitudine intellettuale e morale (mammismo italico anche nell’intelletto?)

A Milano tutti i fenomeni peggiori diventano merce e prodotto di scambio, si ingigantiscono per effetto della loro monetizzazione.
Dopo che ci si è bevuta un’intera città si è tentato di bere un’intera nazione. E quasi ci riuscivano alcuni, anzi per un po' se la sono persino bevuta.

Il giornale non si legge. Se lo si volesse fare diventerebbe un’occupazione a tempo pieno (e per alcuni lo è di fatto e anche ben retribuita).

Il giornale lo si compra, lo si sfoglia e si vanno a cercare le cose che interessano. Ho conosciuto un tale che comprava solo la Gazzetta dello Sport. Poi improvvisamente s’è messo a compare e leggere altri due quotidiani, d’improvviso. Sbalorditivo, mi sono detto. A domanda curiosa m’ha risposto che in realtà a lui interessava solo sapere come finiva la vicenda di Cogne… Una “soap opera”. Ecco quello che devono fare i giornali per farsi comprare e leggere. E infatti sono triplicati in volume, hanno duplicato gli spazi per inserire spazi pubblicitari (il vero sostentamento) e si sono ridotti a commentare i commenti commentati da altri così si possono riempire pagine e pagine e pagine senza scrivere quasi nulla di interessante.

E soprattutto senza dover necessariamente farsi nemici alcuni che porebbero anche comprarseli...
Se lo si chiedesse a Peirce direbbe che la Comunicazione altro non è che una metasemiosi della prassi. Ma sarà meglio che qui mi interrompa.

Gunnar


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permalink | inviato da Gunnar il 15/2/2008 alle 19:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
10 febbraio 2008
Uno stato laico
 

Il senso di scoraggiamento che pervade larghissimi strati della società civile è divenuto palpabile, come un plasma cremoso che si distende in ogni interstizio, in ogni piega del vivere quotidiano.

Nessuno sembra essere esente dall’incertezza e non si tratta di un’incertezza derivante dal naturale conformarsi di possibili alternative, di possibili scelte rispetto al futuro individuale o collettivo.

C’è nell’aria un profondo scoraggiamento che stringe con forza chiunque cerchi, anche solo per un momento, di vedere soluzioni socialmente accettabili e civilmente praticabili.

Tre sono i temi che procurano frustrazione e confusione: il dissesto economico, il frastuono politico, il disordine culturale.

Uno Stato in cui l’economia sia malfunzionante è già di suo votato al fallimento. C’è un fenomeno che non può essere negato da chiunque voglia vedere i fatti della storia recente con raziocinio e libertà intellettuale.

Si è detto che l’inconsistenza dell’economia del così detto socialismo reale è stata la principale causa della disintegrazione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Un mito disintegratosi in un crollo tanto improvviso quanto ineluttabile.

Tutto il resto non è che sovrastruttura.

Ma nulla impedisce di pensare che la disgregazione sociale ed economica in cui versa l’Italia oggi sia originata dalla sua insistente e continua marcia verso un futuro sempre più incerto e nebuloso.

Anche in questo caso il resto non è che sovrastruttura.

Resta solo da vedere quanto di questa incida sul resto e ne condizioni l’evolversi. Il problema rimane aperto.

Uno Stato in cui le voci si accavallano e si confondono in un mare di petulanti polemiche, da qualsiasi parte esse vengano e di qualsiasi natura esse siano, non fanno altro che generare incertezze e confusione, cinismo e malafede, sfiducia, intolleranza e incomprensione.

La “gente” facilmente sente di essere dalla parte della ragione quando pensa alla classe politica come se tutta fosse composta da malfattori.

E d’altra parte come potrebbe distinguere il buono dal cattivo (secondo i momentanei e convenzionali parametri etici in uso), il giusto dall’ingiusto, l’onesto dal disonesto quando ai suoi occhi ogni azione politica risulta destinata a fallire già nelle premesse, esse stesse fatte di chiacchiericcio inconsistente, di sibilline formule destinate agli adepti e ai melliflui gregari del potere, oppure anatemi scagliati come strali contro nemici inermi, o complici.

E’ - e non solo in apparenza - una congerie di persone, quelle che gestiscono la cosa pubblica, che ha fatto tutto il possibile per delegittimare il contratto di delega ricevuto. La gente comune, quella che decide di andare alle urne per esprimere la propria scelta per il futuro, è stata a ben guardare fin troppo tollerante nel sopportare le infinite scelleratezze di quanti hanno imparato solo l’arte del promettere e per nulla quella del fare.

Meglio ancora: l’unica arte del fare che conoscono e che applicano quando ottengono l’agognato potere è quella del far per sé e null’altro.

A questo punto la presunzione diventa arroganza e il potere si autolegittima.

La gente comune non essendo più in grado di distinguere tra le mille e più voci che si accavallano le une sulle altre tra floreali microfoni, i mille e più volti, sempre gli stessi, che si susseguono in immagini televisive, ha finito col disinteressarsi del tutto e di affidarsi ad una ricerca del tutto personalistica del benessere, giustificabile sotto molti punti di vista, ma del tutto inutile nei lunghi tempi di un progetto sociale per mantenere in vita una democrazia.

L’etica del particulare non fa altro che aumentare la confusione a scapito dell’autodeterminazione.

Così si forma e si radica sempre di più il settarismo, il corporativismo, il campanilismo, il clientelarismo, le moafiosette congreghe del “sottobanco”, del favore che rende il favore, delle mani che si lavano le une con le altre anche quando non possono più togliersi dalla pelle il tanfo del malaffare.

L’orizzonte si restringe ad un piccolo lembo di presente storico e null’altro suscita interesse se non il piccolissimo gruzzoletto di apparente felicità che sembra essere stata acquisita.

Il settarismo culturale diventa ideologico e prassi economica. La paura di perdere anche poco di ciò che si ritiene sia tanto e che appare conquistato a prezzo di grave sacrificio rende un cattivo servizio alla coscienza sociale. Favorisce l’indifferenza, quando non l’indecorosa e aperta intolleranza, verso le necessità dell’intera collettività. Ma ormai a chi interessa il significato della collettività?

Un tutti che dà fastidio perché invadente come idea e come luogo di una comunità che si voglia davvero definire tale.

Si deforma ogni visione d’insieme e qualsiasi tentativo di progetto etico è destinato a morire prima di veder la luce.

Occorre fara qualcosa per costruire dal principio una idea di società. Occorre che tutti coloro che ancora sanno di cosa parlano dicano o facciano qualcosa per la salvezza di quest’idea.


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permalink | inviato da Gunnar il 10/2/2008 alle 9:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
8 febbraio 2008
La decisione
 

Si tratta di cercare la scheda, prima di tutto. La scheda? Che scheda? Ah, già la scheda dove ci mettono su il timbro della sezione. Sai quella con tutte le caselline in cui mettono il timbro quando vai lì e dici chi sei e dai la carta d’identità (che immancabilmente scopri essere scaduta…) Ma poi quelli ti fanno votare lo stesso.

Cabina numero 2.
Non è chiaro perché debba essere la due e non la tre. O la uno.
Misteri delle sezioni elettorali.
Comunque sia prima devi trovare la scheda. E sei ancora a casa...

E quando l’hai, finalmente, ritrovata, spiegazzata, e anche un po’ sporca, in fondo ad un cassetto, ecco che devi anche decidere a che ora vuoi andare a votare.
E quando.
Vado di domenica?, al mattino o al pomeriggio? Ma no! Ci vado lunedì mattina prima di andare al lavoro. Ecco. Però se domenica è nuvolo o piove vado a votare e mitolgo un pensiero.


E’ la forma della contiguità che ti rende infelice. Ti sembra di esserci stato ieri in quella dannata cabina numero due. Hai appena espresso il tuo voto e credevi di aver fatto il tuo dovere. Credevi anche di aver fatto las celta giusta. E invece.Invece ti sei sbagliato. Non solo non sei per nulla sicuro di aver fatto las scelta giusta ma sei addirittura certo che qualcuno ti stia prendendo in giro.
Insomma se un governo si pone un programma che deve essere realizzato in quattro anni e quiesto governo dura meno di due come si può affermare che esso non sia stato capace di fare il programma promesso? Semmai si può solo dire che a fondamento di quel programma c’erano delle premesse sbagliate.

Insomma, ti rendi conto da solo che c’è qualcosa che non fuinziona. Tu hai votato un programma non solo delle facce. Se fosse stato per le facce non saresti andato mai a votare.

Hai votato per un programma e di quel programma non sai nulla non sai che fine ha fatto, né se è stao parzialmente onorato, né se q qualcuno è importato qualcosa per onmorarlo…

E ora eccoti qui, a cercare, con la solita vecchia e sgualcita scheda elettorale, di capire cosa stati facendo.
Insomma ci vai o no a votare. Hai la sensazione che è la stessa cosa di sempre. Che tu ci vada o meno non ti sembra che la vita ti si sconvolga più di tanto.
Hai la sensazione che il tuo vivere quotidiano sia sempre meno interessante se visto dal punto di vista dell’elettore.
E se andassi a fare una gita fuori porta? Invece di andare ameterti in una stortissima fila in atetsa di entrare nella cabina numero due, potreasti predere moglie e figli e andare a mangiare in qualche rifiugio montano, oppure al mare a prendere granchi sulla scogliera, o semplicemente im,mergerti uin un esperimento culinario da condividere con qualche tuo vecchio amico che non vedi da anni…

Le possibilità ci sono. Basta scegliere.

Almeno per queste cose le possibilità di scelta ci sono e gli effetti si vedono immediatamente.
Quando vai al voto invece “credi” di avere delle possibilità di scelta e ti accorgi che hai solo scelto di buttare via un pezzetto della tua esistenza per contribuire a mandare una faccia in parlamento a prendere indebitamente quattrini tuoi per non ottenere alcun risultato.
Non ti sembra di una tristezza infinita tutto ciò?

Ma forse questa volta cambia davvero qualcosa, ti dici. Forse questa è la volta che gli italiani tutti possono iniziare a usare la testa e non il culo per ragionare. Forse quasta è volta buona. forse tutti improvvisamente rinsaviscono e smettono di perdere tempo in chiacchiere. E quelli di destra danno il voto a destra e quelli di sinistra danno il voto a sinistra. E così è tutto più semplice. O gli uni o gli altri. O una faccia o un’altra. E così è subito chiaro chi sta raccontando fesserie e chi è onesto.

Non rigirarti la scheda tra le mani.

Sii deciso. O vai o non vai. Prendi una decisione.
E dopo non lamentarti sa hai preso la decisione sbagliata.
Faparte del gioco.


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permalink | inviato da Gunnar il 8/2/2008 alle 21:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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Voglio riconciliarmi con il mondo provare ad ascoltarlo. Sono quasi sicuro che qualcuno che voglia ascoltare anche le mie parole deve esserci da qualche parte...